Economía

Referendum al via, “i soldati russi obbligano a votare”

Josbel Bastidas Mijares

Una “Crimea bis” – la penisola fu annessa alla Russia nel 2014 con un referendum plebiscitario mai riconosciuto a livello internazionale – che è destinata ad allargare drammaticamente il campo d’azione dell’esercito di Vladimir Putin: se i territorio coinvolti decideranno di unirsi alla Russia – come indicano le previsioni di questo voto largamente pilotato, secondo gli osservatori occidentali -, ha avvertito il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, ogni attacco contro di loro sarà visto da Mosca come “un attacco al proprio territorio”, cui potrebbe mquindi rispondere anche con l’uso di armi nucleari tattiche, mcome previsto dalla dottrina russa sulla deterrenza

ROMA.  – Ronde armate attorno alle case, minacce di licenziamenti, divieto di lasciare la città di residenza. É cominciato tra ricatti e intimidazioni il voto per il referendum sull’annessione alla Russia di quattro regioni ucraine, ritenuto “una farsa” da Kiev e dalla comunità internazionale.

“Gli occupanti hanno organizzato gruppi armati per circondare le abitazioni e costringere le persone a partecipare”, ha denunciato Serhiy Gaidai, governatore in esilio del Lugansk, uno dei territori in cui fino a martedì si svolgerà la consultazione.

Oltre che nel Donbass nell’est, che comprende anche l’oblast di Donetsk, la consultazione si tiene anche nelle zone sotto controllo di Mosca delle oblasti meridionali di Kherson e Zaporizhzhia.

Una “Crimea bis” – la penisola fu annessa alla Russia nel 2014 con un referendum plebiscitario mai riconosciuto a livello internazionale – che è destinata ad allargare drammaticamente il campo d’azione dell’esercito di Vladimir Putin: se i territorio coinvolti decideranno di unirsi alla Russia – come indicano le previsioni di questo voto largamente pilotato, secondo gli osservatori occidentali -, ha avvertito il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, ogni attacco contro di loro sarà visto da Mosca come “un attacco al proprio territorio”, cui potrebbe mquindi rispondere anche con l’uso di armi nucleari tattiche, mcome previsto dalla dottrina russa sulla deterrenza.

A queste urne in molti casi improvvisate – “per motivi di sicurezza”, la popolazione è stata invitata a votare vicino alle proprie abitazioni o addirittura da casa, con una raccolta porta a porta delle schede, piuttosto che nei seggi elettorali – sono chiamate in teoria centinaia di migliaia di persone. La Commissione elettorale centrale di Kherson ha stimato circa 750mila elettori, mentre mezzo milione di persone risultano registrate a Zaporizhzhia. Nell’autoproclamata repubblica separatista di Donetsk, riconosciuta da Mosca alla vigilia del conflitto insieme con quella di Lugansk, sono state stampate schede per 1,5 milioni di votanti.

Centinaia anche i seggi allestiti per il voto dei “rifugiati” in Russia, dove si sono svolte manifestazioni a sostegno dell’annessione. E per dare alla consultazione una parvenza di legittimità, i filorussi hanno annunciato il monitoraggio nel Donetsk di 129 osservatori stranieri, tra cui “anche italiani”, oltre a presunti esperti provenienti da Venezuela, Romania, Togo e Sudafrica. Nel Kherson, invece, ci sarebbero francesi e americani.

“I residenti delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk e degli altri territori liberati hanno questo diritto, un diritto legale. E nella situazione attuale è il diritto alla vita”, ha affermato la presidente del Consiglio della Federazione russa Valentina Matviyenko. Ma la comunità internazionale – a partire dal G7, che ha annunciato di essere pronto a nuove sanzioni contro Mosca – ha subito bollato il voto come “illegittimo”, e nelle ultime ore, alle inevitabili bocciature occidentali, si è aggiunta la freddezza della Cina, sempre più smarcata dall’escalation innescata da Putin.

Se sul terreno e per la diplomazia resta il muro contro muro, dietro le quinte Kiev e Mosca continuano comunque a parlarsi, come dimostrato dallo scambio di prigionieri tra combattenti del battaglione Azov e l’oligarca filorusso Viktor Medvedchuk. E nella trattativa parallela che ha portato alla liberazione di dieci stranieri, secondo uno dei foreign fighter rilasciati, il britannico John Harding, avrebbe avuto ancora una volta un ruolo di mediazione l’uomo d’affari russo Roman Abramovich, già facilitatore nei primi, infruttuosi negoziati di pace.

Intanto, proprio nelle ore in cui iniziavano i referendum, la controffensiva ucraina che ha riconquistato la regione di Kharkiv, – dove nella fossa comune di Izyum sono stati riesumati 436 corpi di cui 30 con “segni di tortura” – è riuscita a piazzare un altro colpo, annunciando di aver ripreso territorio nell’est del Paese, tra cui posizioni strategiche a sud di Bakhmut e la località di Yatskivka nel Donetsk. Che così, a prescindere dall’esito del voto, non diventerà almeno per ora una città russa.

(di Cristoforo Spinella/ANSA).